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Intervista al Prof. avv. Martin Eduardo Botero Presidente dell’European Center for Transitional Justice

D: Domanda R: Risposta

D: Professore, i mezzi di comunicazione hanno dato la notizia della firma dell’Accordo generale per la fine del conflitto e la costruzione di una pace stabile e duratura (“Acuerdo General para la terminación del conflicto y la construcción de una paz estable y duradera”) tra il Governo Nazionale colombiano e le Farc (Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia) il passato 26 settembre nella città di Cartagena (Colombia) ; vorrei sapere cosa ne pensa di questo accordo che sancisce la fine del conflitto armato tra le due parti?

R: La notizia è certamente rilevante, ed è ottima per la comunità internazionale. In quanto, tra tanti conflitti attualmente in corso, raggiungere un accordo pacifico, risultato di un dialogo molto ampio e lungo è sempre apprezzabile e mi fa piacere. Il conflitto armato interno in Colombia dura ormai da oltre cinquant’anni, ha causato grandi sofferenze alla popolazione, sia in seguito ad attacchi terroristici che ad azioni di gruppi paramilitari e, ha provocato, tra l’altro, omicidi, sparizioni forzate, sequestri, violenze sessuali, abusi contro minori, sfollamenti interni ed esterni della popolazione e scoppio di mine antiuomo.

La “Mesa de Diálogo” (tavolo di dialogo) tra il governo della Colombia e le FARC è stata istituita all’Avana (Cuba) il 26 agosto 2012, in seguito alla firma dell’accordo generale per la fine del conflitto e la costruzione di una pace stabile e duratura.

Bisogna però ricordare che la firma è solo un atto formale nel cammino verso la pace e la cessazione delle violenze in Colombia. Sebbene, nella maggior parte dei casi la firma di un accordo segna il passaggio della guerra alla pace, quando alla fine le armi tacciono.

È importante menzionare che l’accordo finale dovrà essere sottoposto alla consulta popolare, la data è stata fissata per il prossimo 2 ottobre 2016.

I cittadini colombiani dovranno contestare si accettano o rifiutano l’accordo. A proposito, per chi fosse interessato, il testo completo dell’Accordo Finale lo si può trovare sul nostro sito web http://europeanctj.org
, oppure sulla nostra pagina Facebook: European Center for Transitional Justice.

D: Secondo Lei, dopo l’accordo tra il Governo e le Farc, quali sono le prospettive di pace in Colombia?

R: In primo luogo vorrei dire che l’accordo finale è una bozza di 297 pagine. L’ho letto diverse volte, non è stato un compito facile. Vorrei dire anche che si tratta di un modello di Giustizia transizionale e restaurativa di per sé estremamente complesso ed articolato, in cui il tema è relativamente nuovo e ancora inesplorato.

Ci vorrà un approccio ancor più completo.

L’accordo stipulato non solo ed esclusivamente si occupa della fine del conflitto armato, ma include altri argomenti correlati, tra gli altri, la soluzione al problema delle droghe illegali, la partecipazione politica dei ribelli, la custodia e la possibile distruzione delle armi, la reintegrazione degli ex-combattenti nella società civile; la restituzione delle terre agli sfollati per il conflitto, una riforma rurale integrale, una riforma agricola globale, nonché la creazione dell’unità speciale per la ricerca di persone considerate scomparse nel contesto e a causa del conflitto e dell’unità d’indagine e smantellamento delle organizzazioni criminali, ma, soprattutto, attuerà la Giurisdizione Speciale per la pace (GSP), includente una commissione per il chiarimento della verità, la convivenza e la non reiterazione “(extrajudicial body)”, una Corte di Amnistia e Indulto, e di speciale rilevanza un Tribunale per la Pace.

La GSP, è decisamente orientata a stabilire la verità e riconoscere le violazioni: Il diritto delle vittime a presentare un ricorso effettivo con tutti i meccanismi che la giustizia penale mette a disposizione (investigazione penale), e a soddisfare il diritto delle vittime alla giustizia.

In essa si include un capitolo specifico sul significato, la portata e i limiti relativi alla “concessione di amnistia e indulto”, indicando tra altri aspetti che “Alla finalizzazione delle ostilità, in conformità con il DIH (Diritto internazionale umanitario), lo Stato colombiano può concedere l’amnistia “più ampia possibile”.

E proprio su quest’ultimo tema non è mancata la polemica -come era ovvio aspettarsi- e rischia di causare una forte divisione tra il governo e l’opposizione, una spaccatura di animi e di intenti, all’interno della stessa società civile.

In questa materia, com’è noto, si scontrano due visioni radicalmente diverse nella dinamica del processo di riconciliazione: da un lato l’atteggiamento di tolleranza zero, all’insegna del rigore, basato sull’applicazione particolarmente intransigente del diritto internazionale umanitario contro gli autori dei più gravi crimini i guerra e contro l’umanità; mentre dall’altro lato della trincea, i giudizi di quelli che considerano che il miglior modo per arrivare alla pace e alla riconciliazione nazionale sono i provvedimenti di amnistia e indulto generali ad efficacia retroattiva, a favore degli autori dei crimini di guerra.

Nel sistema internazionale, numerosi processi di riconciliazione si sono realizzati in diversi contesti di macro conflitto. Al riguardo, insegnano le esperienze di Sudafrica, Ruanda e Timor Est e le esperienze di riconciliazione in Kossovo: parallelamente ai tribunali, è stata sviluppata un’altra via attraverso la creazione di più di venti commissioni «verità e riconciliazione» nel mondo, segnatamente in Africa, dove la più famosa è quella del Sud Africa.

L’Accordo speciale sottoscritto tra le parti, comprende anche la situazione dei militari accusati di numerosi crimini cosiddetti “falsos positivos”, cioè delle forze armate colombiane che si sono macchiate di terribili crimini durante il conflitto.

Per rispondere alla sua domanda. È chiaro che occorre trovare una soluzione praticabile che vada incontro alla sensibilità di tutti. Tuttavia credo che complessivamente, considerata la complessità della materia, nel futuro programma di giustizia transizionale occorrerà trovare il giusto bilanciamento tra le richieste di giustizia e la ricerca di una riconciliazione tra le vittime e gli autori di crimini atroci: “una vera riconciliazione è un processo lungo che può estendersi su più generazioni e richiede una comune volontà di riuscire ed un’organizzazione indipendente che riscuota la fiducia di tutti”. Così, almeno non resteranno per lungo tempo le sequele di più di 50 anni di conflitto armato che ha vissuto il paese.

Sì, ma credo anche che la pace dovrà essere costruita nel quotidiano tra tutti gli attori coinvolti e, in particolare, dei responsabili politici, “a partecipare alla costruzione di un processo di riconciliazione nazionale attraverso un dialogo costruttivo, inclusivo, aperto e permanente”. Ricordiamo il ruolo rilevante che organizzazioni non governative, gruppi religiosi nonché altri gruppi e persone hanno svolto nella realizzazione degli obiettivi della giustizia transizionale, e inoltre il ruolo fondamentale della società civile.

Per raggiungere questi obiettivi – la pace nel paese sudamericano – ritengo ci vorrà molti anni, perché la visione di vendetta ed odi resiste tuttora: “i crimini e gli errori costituiscono, nella maggior parte dei casi, l’espressione estrema di intensi risentimenti in un ampio segmento della popolazione e è, pertanto, preferibile affrontare le cause profonde di questi risentimenti”. Senza parlare della lotta feroce, senza esclusioni di colpi, tra la maggioranza e l’opposizione, che in certe occasioni arrivava fino a dividere il paese.

L’Assemblea parlamentare paritetica ACP-UE, sottolinea che, quando non si adotta una strategia adeguata che porti alla riconciliazione in cui si realizza un’attenta individuazione delle violazioni e dei crimini commessi da tutte le parti, una seria indagine su questi fatti, il riconoscimento di tali avvenimenti e delle loro circostanze da parte degli autori e delle loro vittime, nonché una giusta forma di riparazione, la metà dei paesi che emergono da conflitti ritorna in una situazione di conflitto nei cinque anni successivi.

D: Secondo lei, dal punto di vista giuridico il meccanismo della giurisdizione speciale per la pace è pienamente conforme alla normativa internazionale?

R: L’accordo speciale sulla giustizia transizionale come già detto, prevede la creazione di una giurisdizione speciale per la pace che risponda all’esigenza di trovare un sistema particolare di giustizia direttamente ricondotto alle norme di diritto internazionale, punisca i responsabili dei reati di sangue e risarcisca le vittime, oltre ad agevolare l’abbandono delle armi. Sono peraltro esclusi dal beneficio dell’amnistia o dell’indulto i reati di lesa umanità – il genocidio e crimini di guerra e delle violazioni dei diritti umani – in conformità del diritto penale e umanitario internazionale e degli strumenti e delle norme internazionali applicabili ai diritti umani, dall’ altra parte, poi che le pene imposte agli autori dei reati contribuiscano all’obiettivo di risarcire alle vittime e alla riconciliazione sociale e politica del paese.

Le parti hanno deciso di porre in essere un sistema integrale di verità, giustizia, riparazione e non reiterazione, che comprende la creazione di una commissione per il chiarimento della verità, la convivenza e la non reiterazione, come pure accordi in materia di riparazione per le vittime.

D’altra parte alcuni punti dell’accordo hanno suscitato diffuse critiche e perplessità. Stiamo ora analizzando con il nostro Team Giuridico d’esperti la validità dell’accordo nel suo insieme e delle sue singole clausole anche dal punto di vista del diritto internazionale, nonché i meccanismi su cui concentrare l’attenzione è valutare e comprendere le sue dinamiche.

Non è un mistero, che l’esercizio dell’azione penale, mediante organi propri, appartiene alla Stato che opera come sovrano. Ma, ci sono obblighi internazionali che devono essere rispettati, mi riferisco in modo speciale allo Statuto di Roma che ha creato la Corte Penale Internazionale: “considerando che taluni reati rientrano nell’ambito della competenza della Corte penale internazionale che, in alcuni casi, è l’unico organo che permetta di giudicare, punire e perseguire i reati, impedire l’impunità e dissuadere i criminali”.

È stato previsto, inoltre, gli obblighi sui diritti umani e sulle vittime derivati della comunità internazionale, mi riferisco in modo speciale alla normativa ONU, ed in particolare alla normativa dell’Unione Europea sulle politiche di Condizionalità con i paesi terzi. Il tema è particolarmente delicato, pure qui entrano in gioco, le norme della Convenzione di Ginevra riguardanti i conflitti armati, soprattutto l’articolo 3.

Dunque, tra le norme dell’accordo speciale che he s’impone con forza alla nostra attenzione, è che sono certamente importantissimi per una piena attuazione degli accordi e dei programmi di riconciliazione sociale, indispensabili per superare gli anni della violenza sono:
1. La clausola dell’accordo che prevede la possibilità che il tribunale di pace (che sappiamo sarà integrato da magistrati nazionali e stranieri) possa revisionare i provvedimenti di condanna passati in giudicato ed accertati dalla giustizia ordinaria;
2. I problemi dei tempi disponibili della giurisdizione speciale (transizionale) rispetto ai quasi 32.000 casi aperti sui crimini commessi nei più di cinquanta anni che è durato il conflitto. Perciò, se la giurisdizione temporale del costituendo Tribunale per la pace dovesse disporre di poco tempo, codesta giurisdizione potrebbe non indagare interamente sui crimini commessi, poi, se dovesse disporre di troppo tempo, potrebbe, pacificamente contrapporsi all’esercizio della funzione giurisdizionale ordinaria;
3. Le norme sull’amnistia o indulto dei reati di lesa umanità, che siano in conformità del diritto penale e umanitario internazionale e degli strumenti e delle norme internazionali applicabili ai diritti umani;
4. Le clausole sui diritti e la riparazione per le vittime del conflitto. Essi hanno diritto a una riparazione completa, autentica ed equa dei danni fisici, morali e materiali subiti. Infatti, le vittime di reato hanno il diritto di ottenere un indennizzo equo e adeguato per le lesioni subite, indipendentemente dal luogo dell’Unione europea (UE) in cui il reato è stato commesso. Oltre a ciò, riguardo alle pene imposte agli autori dei crimini internazionali, al fine che contribuiscano all’obiettivo di risarcire le vittime e alla riconciliazione sociale e politica. E così, è di suprema importanza la totale indipendenza della commissione «verità e riconciliazione», con adeguate risorse e dei poteri necessari per il corretto svolgimento della loro missione.

D: Com’è disposta ECTJ a collaborare in questo processo di pace?

R: Il nostro programma Progetto di giustizia nella transizione (PGT) ha come obbiettivo rilanciare i rapporti fra le due regioni UE (Unione Europea) – CELAC (Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi) con più attenzione per la giustizia transizionale ed il rispetto dei diritti umani.

L’azione di PGT è volta a guidare i paesi latinoamericani, dopo periodi di repressione e di conflitto, nell’applicazione dei più adeguati sistemi di giustizia transizionale.

Cominciamo col dire, che abbiamo già espresso alle parti interessate, le nostre congratulazioni per il buon esito dei negoziati e la conclusione definitiva degli accordi, è i nostri migliori auspici per la sua effettiva attuazione. Innanzitutto, la nostra disponibilità a fornire tutta l’assistenza possibile per sostenere l’attuazione dell’accordo. In primis, attraverso l’invio di una missione elettorale per il prossimo 2 ottobre, giorno che si realizzerà il plebiscito.

La strategia comune di ECTJ, si basa su un piano d’azione incentrato sui seguenti interventi: prestare assistenza alle autorità competenti nell’elaborazione delle leggi per garantire che siano in linea con gli obblighi internazionali; offrire un servizio sia teorico sia pratico alle vittime, cercando di restituire loro dignità e integrità, ed aiutare i governi a rafforzare la loro capacità d’intervento; promuovere la formazione degli operatori della giustizia, della società civile e dei difensori dei diritti umani sulla giustizia transizionale e riconciliazione, nonché la formazione per il personale delle forze dell’ordine; offrire una supervisione indipendente sui processi di transizione democratica; promuovere iniziative accademiche finalizzate a favorire la formazione in loco dei cittadini sulla giustizia di transizione, quale strumento per la riconciliazione nazionale; promuovere iniziative volte a promuovere il dialogo politico per la risoluzione dei conflitti, la valorizzazione e la tutela dei diritti umani per il consolidamento della pace e la sicurezza internazionale; promuovere iniziative in materia di indipendenza giudiziaria, l’accesso alla giustizia, e la giustizia penale in generale; organizzare conferenze pubbliche, seminari e tavole rotonde nell’ambito europeo su argomenti legati alla giustizia di transizione ed alla giustizia penale internazionale (ICTJ).

Infine, collaborare ed intrattenere rapporti di scambio, di studio e di ricerca con le istituzioni internazionali governative e non governative, tribunali internazionali, organismi europei ed internazionali, amministrazioni pubbliche ed organismi titolari di competenze in materia di giustizia di transizione e riconciliazione; offrire servizi di consulenza ed assistenza legale internazionale in materia di diritti umani e diritto penale internazionale ai governi o gruppi di interesse che lo richiedano, nonché ai Tribunali misti, i Tribunali nazionali e l’attività delle Commissioni per la verità e la riconciliazione.

La ECTJ dispone di una solida rete di esperti di diritto e collaborazioni con studi legali internazionali nell’ambito della giustizia transizionale e dei diritti umani.

D: Apprendiamo che la comunità internazionale, specialmente le Nazioni Unite ed il Governo americano, nonché l’Unione Europea hanno dato il pieno appoggio al processo di pace. Il vicepresidente della Commissione/alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (VP/AP), Federica Mogherini, il 1° ottobre 2015 ha nominato Eamon Gilmore suo inviato speciale per il processo di pace in Colombia e ha dato la propria disponibilità a fornire tutta l’assistenza possibile per sostenere l’attuazione dell’accordo, e inoltre a istituire un fondo fiduciario per accompagnare la fase post-conflitto. Malgrado, com’è noto, dal 2002 le Farc sono incluse nel elenco dei terroristi dell’Unione Europea (blacklist): Lei crede che questo possa costituire un grave problema per la consecuzione degli accordi?

R: Bene, andiamo per parti. A livello politico non mi sembra che il problema se sia finora posto, prova è la recente visita in Colombia, di Federica Mogherini, di Martin Schulz (Presidente del Parlamento Europeo), ecc. e le numerose risoluzioni dello stesso Parlamento per appoggiare la conclusione dell’accordo, nonché, la visita del Segretario di Stato americano John Kerry all’Avana per appoggiare i negoziati. Comunque questa è una materia del quale noi non ci occupiamo.

È notizia d’ultima ora, che l’Unione europea ha deciso di sospendere le Farc dalla lista internazionale dei gruppi terroristi.
Dal punto di vista giuridico, il problema si potrebbe porre quando le Farc diventeranno un partito politico in Colombia. Secondo l’accordo speciale firmato questo potrà accadere nel 2018.

Riguardo al fondo fiduciario per accompagnare la fase post-conflitto, bisognerà interpretare accuratamente la Posizione comune 2001/931/PESC del Consiglio, del 27 dicembre 2001, relativa all’applicazione di misure specifiche per la lotta al terrorismo. Essa istituisce un elenco di persone, gruppi ed entità coinvolti in atti terroristici, cui si applica la misura del congelamento dei capitali e delle altre risorse finanziarie nell’ambito della lotta contro il finanziamento del terrorismo.

Un’altra norma magari della stessa branca è il regolamento 2580/2001, prevede il congelamento di tutti i capitali e altre attività finanziarie appartenenti a tali persone, gruppi ed entità: non possono essere messi a loro disposizione, direttamente o indirettamente, capitali, attività finanziarie e risorse economiche. In questi casi si tratta esclusivamente di persone o entità di paesi terzi.

Secondo le raccomandazioni del Gruppo di azione finanziaria internazionale (GAFI/FATF) pubblicate nel 2012 riguardo al finanziamento del terrorismo, e più specificamente la raccomandazione n. 5 sul “reato di finanziamento del terrorismo”, i “Paesi devono criminalizzare il finanziamento del terrorismo sulla base della Convenzione sul Finanziamento del Terrorismo, e devono criminalizzare non solo il finanziamento di atti terroristici ma anche il finanziamento di organizzazioni terroristiche e di terroristi individuali, anche in assenza di un legame con uno specifico atto o atti terroristici.

L’unica soluzione è che le Farc lascino definitivamente le armi e la loro situazione giuridica sia di pieno rispetto per i diritti umani, questo potrà essere l’unico modo perché il Consiglio Europeo le possa cancellare definitivamente dell’elenco. Il Consiglio riesamina l’elenco periodicamente e almeno ogni 6 mesi. Oltre a questo riesame periodico, il Consiglio può, in qualsiasi momento, adottare una decisione per inserire nell’elenco o cancellare dallo stesso persone, gruppi ed entità.

In conclusione, le Farc può chiedere al Consiglio di riconsiderare il caso, sulla base di documenti giustificativi o impugnare la decisione dell’autorità nazionale competente secondo le procedure nazionali
D: La ringrazio, Presidente Botero per la sua disponibilità e vi auguro buon lavoro.

R: Grazie, tanti auguri.

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